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Globalizzazione del Pensiero - Scienza Sociale
Compito della mente è pensare, e quando l'intelletto pensa unisce la rappresentazione in una coscienza. Questa unione ha due origini: una meramente relativa al soggetto, ed è contingente soggettiva nell’altra ha un'esistenza indipendente ed è necessariamente oggettiva.
"Il mondo attuale è popolato da volgarità, violenze e stiamo assistendo al divulgare del bullismo, cosa ne pensate voi del Profetismo Moderno, ?" da un post.
- Risposta: "Ci si deve chiedere, quindi, a cosa serve l'educazione e cosa provoca la sua mancanza, in una società democratica: si può rispondere che essa (mai come oggigiorno!), serve a far percorrere, a un giovane, una strada nella quale evolverà da una situazione di passività e debolezza riguardo all'ambiente, ad una nella quale egli avrà acquistato quella capacità d'agire che poi lo connoterà e gli consentirà di porsi razionalmente nella società in cui vive.
L'educazione serve quindi a dare sana potenza, quella potenza che poi si trasformerà in qualità di lavoro e di opere e che quindi, alla fine, giustificherà il cittadino.
In considerazioni di tali scopi, l'educazione dovrà preparare un ambiente libero, privo di condizionamenti, non solo sull'educando, ma anche sull'educatore.
Oggi mancano (sono venuti a mancare sia gli educandi che gli educatori), non ci sono più i maestri (scuola e famiglia), ma si sono aggiunti in negativo (cattivi maestri) la televisione, i social, dove tutto si può dire o fare.
Aggiungo, in breve, sarà importante non vedere, nell'educazione in sé, qualcosa di strumentale e finalizzato a un interesse parziale.
Ciò pensava anche John Dewey, il quale dava, all'educazione, la stessa giustificazione pratica che dava alla democrazia, la quale non può concepire il cittadino carente di potenza civile, tale è l'educazione!
Inoltre, l'educazione, in sé, ha dunque questo fine: di evitare che lo Stato sia popolato di plebei (è noto che i principio di libertà educativa, fondato sul riconoscimento delle attitudini di "aristocrazia" e "plebe"), particolarità innate del carattere umano; e qui è giunto il momento di dare ulteriori spiegazioni.
Quali esseri naturale, aristocratici e plebei caratterizzano i popoli di ogni nazione; sono diffusi per tutti gli angoli della terra, discendono da tutte le fedi, filosofie, ideologi, convinzioni politiche, usi e costumi.
La giustificazione di questa scelta proviene, in parte, delle opere del filosofo F. Nietzsche, il quale adoperò tale metro per definire la morale di Stati, nazioni, ceti sociali, singoli personaggi.
Nel senso di questo discorso, ognuno di noi è aristocratico o plebeo, o entrambe le cose al tempo stesso, secondo rapporti che gli provengono dalla nascita e dalla educazione ricevuta dall'ambiente sociale in cui vive e agisce.
La differenza fra i due caratteri sta, principalmente, nella valutazione dei risultati: per l'aristocratico il risultato di ogni azione umana, di ogni impresa collettiva e di ogni legge, non è mai fine a sé, e ne giustifica l'utilità e il valore universale, o quantomeno sociale.
Il Plebeo, per sua natura, contrasta la verità di quest'astrazione e, dimostrando una intelligenza più concreta, accetta il valore limitativo dei risultati (le verità parziali), cosa che lo conduce, di fatto, a dominare il mondo, anche se poi l'ambiente che lui produce è di basso livello e necessità di perpetuo miglioramento.
L'intelligenza è la forza direttiva.
La volontà è la forza propulsiva.
L'uomo diventa migliore si "divinizza" allorché queste due forze si incontrano in un stesso punto di applicazione.
Il proprio autocontrollo, fa si che essi si convincono a restare fermi ai loro posti senza che le potenti onde della mente e delle idee contrarie lo possano agitare, o le cattive passioni spinte dell'egoismo.
Colui che riuscirà a dominare se stesso, sarà superiore a quanti non avranno saputo sottomettere la propria personalità, cioè colui che che domerà la sua natura inferiore (inconscio) rendendola docile strumento della sua individualità.
Ma colui che si prefigge lo scopo di dominare gli altri senza prima aver dominato sé stesso, rimarrà assai deluso e amareggiato dalle esperienze del mondo.
E' opportuno che colui che aspira a vivere nella serenità e lungimiranza, compia qualche sforzo di introspezione se vorrà vedere verso di lui rispetto degli uomini di buona volontà e di vera intelligenza, non curandosi degli sciocchi che non capendo si limiteranno nel cammino della verità e della conoscenza.
L'unica cosa che ci possa interamente soddisfare, che ci faccia vivere in pace (con noi stessi e con gli altri), è la consapevolezza di aver superato un gradino in più della scala dell'evoluzione e aver forgiato il nostro orizzonte intellettuale; ideali elevati, nel vigore della mente, nella potenza del pensiero, nella forza di volontà e nel suo proprio dominio.
Bisogna praticare, se si vuole attenere questo risultato, quotidianamente la concentrazione nelle sue due modalità: oggettiva e soggettiva.
L'uomo che non capisce perché, e per quale motivo è venuto al mondo, né qual è il fine della sua vita, né quale destino gli è riservato, progredisce istintivamente, subcoscientemente, senza piena conoscenza di sé al pari di un animale razionale.
Ed è quindi vero che i mezzi più efficaci per rinforzare la mente ed allargare il raggio d'azione dell'intelletto sono lo studio individuale su ciò che siamo e cosa realmente vogliamo; è importante documentarsi, ma non si può affermare decisamente che siano i libri la vera fonte del sapere, ma lo studio diretto del mondo e degli uomini è la fonte eterna di conoscenza attiva, di modo che, per noi, ciascun individuo sia l'espressione del suo vero essere.
Per quanto concerne le letture, ci si deve mettere allo stesso livello mentale dell'autore (cosa assai difficile), quasi ad iniziare, in questo caso un dialogo con lui seppur morto da una infinità di anni!
La mente è una, e nello stesso tempo varia.
E' una, soggettivamente; varia oggettivamente.
La coscienza individuale si può considerare, come la fase o la foggia più elevata della coscienza umana.
Nell'aspetto inferiore dell'uomo si identifica la coscienza personale, quando egli, offuscato dalle cose materiali e abbagliato dal mondo oggettivo si immedesima con la personalità tanto da non riconoscere, anzi, negare il suo vero essere.
L'uomo si concentra oggettivamente e riconosce il suo vero io, prendendo quindi coscienza della sua individualità, solo quando si rende conto che né il corpo, né le emozioni, né alcuno dei sui pensieri sono realmente il suo essere.
Nella concentrazione oggettiva, detta dai psicologi introversione, e rimanendo se stesso nel suo intimo, potrà notare che l'Io può scindersi in due aspetti distinti.
Questi due aspetti sono l'"io" e il "me".
Solo in questo modo si può capire l'attuazione dell'Io su se stesso, e la fattibilità che l' "Io" si identifichi con l' "io" (nell'introversione), così espressa l'identificazione sembra una cosa superflua, mentre se si identifica dell'"Io" con il "me", assume il carattere di logica razionale.
Chi non l'avrà per introspezione sperimentata, la scissione dei due aspetti dell'individualità, "Io" e "Me" sembrerà irreale e fantasiosa; mentre è una verità evidente per gli studiosi di questo "strano" fenomeno psicologico.
L'Io è l'aspetto maschile; il Me, quello femminile.
L'Io prende ugualmente il nome di individualità, mente attiva, coscienza operante.
Il Me si denomina anche coscienza ricettiva, mente passiva o personale.
Quasi tutta l'umanità quando dice "Io", si riferisce al "Me".
La coscienza che abbiamo del nostro corpo fisico con le sensazioni in essi prodotte dai sensi si identifica nel Me.
Gli esseri umani più arretrati nel loro sviluppo spirituale, fanno convergere la loro coscienza nell'aspetto fisico e materiale della vita; vivono nella loro personalità.
Altri ancora, avendo un maggiore grado di arretratezza, stimano tutta loro roba, la mobilia, il guardaroba e tutti i gingilli personali, parte integrante del loro essere.
L'uomo evoluto, scinde dal suo corpo fisico l'idea del Me,considerandola non più parte integra del suo essere, bensì come uno strumento di espressione e manifestazione di cui si serve nel corso della sua vita terrena.
Indubbiamente l'uomo si identifica con le sue emozioni, idee, soddisfazioni e il ripugna fin tanto che si accorge che anche questi stati d'animo e di mente sono sottoposti a mutamenti e alle leggi e dell'attrazione.
La prima cosa da capire per prendere consapevolezza, è essere centrati nella esistenza nella sua quotidianità, centrati ogni minuto, sopratutto nelle piccole cose di ogni giorno.
La consapevolezza deve essere un fenomeno continuo.
Ma può essere solo quando diventa privo di sforzo.
Sforzandoti, perderesti questo contatto, perché se ti sforzi, ti dovrai riposare.
Lo sforzo non può essere continuo, è impossibile.
Come puoi sforzarti continuamente?
Ti stancherai e poi ti dovrai riposare. Ad ogni sforzo segue il rilassamento.
Per cui se la consapevolezza è raggiunta con lo sforzo non potrà essere un flusso costante, continuo.
Ci saranno momenti di rilassamento dallo sforzo.
La vita è pulsione, si muove sempre tra gli opposti.
Sforzati - e ti dovrai riposare. Fa un altro sforzo e poi di nuovo riposo.
Ma c'è una consapevolezza che va al di là della vita; il trascendentale, in questo caso non c'è più pulsazione: è del tutto priva di sforzo, è spontanea.
Ma la cosa veramente importante per prendere consapevolezza è la caduta dell'Ego, il tuo Ego.
Se non c'è l'ego potrai realizzarti, ma con l'Ego, neanche un Buddha ti potrà guidare, segui totalmente oppure non seguire nessun comportamento ma in ogni caso sii totale.
Non farti imbrogliare dalla mente e guarda profondamente dentro di te.
Prendi coscienza di quello che stai facendo, e se ti stai arrendendo, allora arrenditi.
Una volta è successo una cosa, in un gruppo di Gurdjieff: aveva richiesto una resa assoluta - qualunque cosa avesse detto loro dovevano ubbidire.
Li stava aiutando a praticare un certo esercizio, l'esercizio dello stop.
Non appena avesse detto. "Stop!", dovevi fermarti, qualunque cosa stessi facendo.
Una mattina i discepoli stavano facendo esercizi all'aperto.
Gurdjieff improvvisamente disse: "Stop!"
Quattro di loro stavano attraversando il canale, con grandi rischi.
Questo è resa totale, questo è abbandono totale.
Il problema non è di piacere alla mente, se la mente dice sì o no.
Arrendendoti, hai rinunciato alla possibilità di dire no!
Il sì totale è arrendersi!
E' difficile. Per questo la caduta del'Ego non è facile.
Per sapere se sei veramente consapevole fatti queste domande:
- La consapevolezza mi è davvero naturale?
- Non hai più bisogno di nulla?
- C'è sempre l'Ego, qualsiasi cosa tu faccia? O devi ancora sforzarti per raggiungerla?
Se c'è uno sforzo diventa una cosa forzata, è una cosa forzata non è naturale, ed una consapevolezza innaturale non è vera consapevolezza - esiste solo alla periferia, non dentro di te, perché se esistesse dentro di te non c'è nessun bisogno di sforzarsi.
Prima di iniziare il cammino verso la consapevolezza, ognuno deve chiedersi: se sei diventato consapevole di chi sei veramente, se hai messo radici nella tua vera natura.
Ma ricordati: la consapevolezza, l'attenzione cosciente, possono essere continue solo quando sono prive di sforzo.
L'adozione di un'etica utilitaristica nella vita è una necessità che esige però il pagamento di un prezzo enorme.
Avete perso la festosità della vita.
Se tutte le vostre potenzialità sono portate a fioritura la vita diviene una festa, una celebrazione.
Allora l'intera esistenza è una cerimonia.
Ecco perché affermo sempre che religione significa trasformare la vita in una celebrazione.
La dimensione religiosa (e non intendo le sette di varie divinità con il termine religione) è quella festosa, del non utilitario, del gratuito.
La Mente Utilitaristica non deve essere scambiata per l'intera.
Quanto rimane... la parte maggiore... la totalità della mente.. non deve essere sacrificata.
La mente utilitaristica, non deve divenire il fine.
Non deve essere soppressa: deve essere usata come mezzo.
L'altra - quanto rimane, la parte maggiore, il potenziale - deve divenire il fine.
Questo è quando intendo per approccio religioso.
In un approccio religioso, la mente orientata al raggiungimento di un utile (utilitaria) diviene il fine.
Quando ciò succede, l'inconscio non ha più alcuna possibilità di porre in atto le sue potenzialità.
Viene negato.
Se l'utilitario diviene il fine, vuol dire che il servitore ha preso il posto del padrone.
L'intelligenza, la restrizione, la concentrazione della mente, è uno strumento utile alla sopravvivenza, non alla vita.
La sopravvivenza non è la vita.
La sopravvivenza è una necessità - mantenersi in vita nel mondo materiale è giocoforza - ma il fine ultimo rimane sempre quello di raggiungere alla fioritura delle proprie potenzialità; di tutto quello di cui siete nati.
Quando vi siete realizzati pienamente, quando più nulla dentro di voi è ancora soltanto in germe, quando tutto si è attuato, è giunto a fioritura, allora e soltanto allora potrete sperimentare la beatitudine, l'estasi della vita.
La parte che avete rinnegato, l'inconscio, può divenire attiva e creativa soltanto se arricchite la vostra vita di una nuova dimensione: la dimensione del festoso, del gioco.
La meditazione, di conseguenza non deve essere un lavoro, ma un gioco.
Pregare non è un affare serio, ma un gioco.
Meditare, riflettere, prendere consapevolezza non è un'attività finalizzata all'ottenimento di uno scopo (pace, felicità, scelte di vita...), ma qualcosa di cui si deve gioire come fine a se stesso in modo del tutto naturale e automatico.
La dimensione gioiosa è la cosa più importante da cogliere... e l'abbiamo persa totalmente.
Per festoso, gioioso, intendo la capacità di gioire, momento per momento, di tutto quello che vi tocca.
Vi porterò un esempio chiarificatore: io vi sto parlando.
Se sono ansioso del risultato, questo parlarvi diviene un occupazione, un lavoro.
Se invece mi indirizzo a voi senza alcuna aspettativa, senza alcun desiderio circa il risultato che le mie parole sortiranno, allora parlarvi diviene un gioco.
L'atto stesso in sé, è il fine.
Ci si può chiedere cosa sia lo spirito di un popolo; in coerenza con la definizione cartesiana secondo la quale "Spirito" è sinonimo di "intelletto" o "ragione", la domanda potrebbe essere girata così: "Esiste nel popolo una ragione comune?"
Una risposta potrebbe essere questa: "Può esistere nella valutazione collettiva alcuni valori di natura morale; può però non esistere per una infinità di altri valori o prodotti dell'intelletto che siano oggetto di speculazione collettiva".
Si può avere ragione, ad esempio nell'accettare il principio generale di benevolenza, nell'amore per la patria, nello spirito di fratellanza, etc.; e invece se ne potrà non avere per altri problemi etici (ad esempio nella bioetica e nella socioetica).
Lo Spirito (intelletto o ragione) in altre parole, non è mai ente astratto "per sé", ma è sempre interno a un concetto razionale ben determinato!
E' un pericoloso pregiudizio ritenere che lo spirito (intelletto) sia qualcosa che vada al di là dell'ethos, quasi un denominatore comune di tutte le idee o ragioni dei singoli.
"L'anima universale" quale astrazione di molte cose che riguardano gli uomini: leggi, tradizioni, costumi, usanze, è sempre qualcosa di umanamente riconoscibile, definibile, e qualificabile.
Se ne può dedurre che non esiste uno spirito (intelletto) del popolo astratto in sé, ma soltanto una unione individuale di anime che si riconoscono e che, in alcuni casi e per limitati periodi, possono unirsi a determinare una volontà collettiva.
Lo Spirito (intelletto), alla fine, è sopratutto una manifestazione di volontà.
La definizione di "spirito" rimanda, in breve, alla concezione kantiana di popolo quale aggregato di monadi.
Interpretare lo "spirito" quale ente per sé significa, per conseguenza "logica", definire anche popolo, Stato o istituzione quali enti astratti (e siccome in realtà non lo sono, lo diventano soltanto per la fantasia delle masse).
In questo modo, qualunque sia la determinazione propagandistica del termine "popolo" esso diventa "altro da sé" dal governo; questa, ad esempio, fu la contraddizione che impedì alla "dittatura del proletariato" di affermarsi come continuazione logica della rivoluzione del 1917, e che provocò alla fine - giustamente - il trapasso verso i tempi attuali.
In concreto, quando si dice "spirito di un popolo" occorre sapere sempre di cosa si parla e quali sono i suoi limiti.
Diversa cosa è lo "spirito individuale".
Si diventa consapevoli, cogliendo nella sua realtà multidimensionale, ed in quello stesso guardare sarete già diventati intelligenti, perché essere intelligenti significa essere capaci di vivere.
E se diventate veramente coscienti della vostra stupidità; avete anche smesso di essere stupidi.
La stupidità se ne è andata.
Siete diventati coscienza, siete diventati pura testimonianza.
La prima cosa: liberatevi di tutti gli ideali.
Non cercate di diventare diversi da quello che siete: limitatevi ad osservare la vostra realtà, qualunque essa sia.
Attenetevi ai fatti, non confondeteli con la fantasia altrimenti rimarrete sempre divisi.
La vostra realtà resterà quella che è, ma voi comincerete a credere alle storie che avete inventato per nasconderla - proprio questa è l'ipocrisia.
Dentro di voi nulla sarà cambiato, tutto continuerà come prima, soltanto in superficie indosserete una bella maschera.
Ma non sarà questo ad aiutarvi, non ha mai aiutato nessuno, finora.
L'uomo nuovo è possibile (perché è il mondo attuale che lo richiede) solo se sapremo abbandonare ogni tipo di idealismo.
Comunismo, cristianesimo, islamismo ecc; nessun idealismo si deve copiare ne tanto meno salvare.
E quando avrete abbandonato gli idealismi di ogni specie vi accorgere che con loro avete voltato le spalle anche alla vostra schizofrenia - non siete più divisi, siete diventati delle persone intere.
Siete semplicemente quello che siete.
Ed allora avrete l'innocenza di un bambino. Ed, anche qualcosa di più: la consapevolezza di essere umano.
Ma l'uomo che ha grandi ideali per la testa non potrà mai essere semplice e innocente, è impossibile.
L'uomo che nutre grandi vecchi ideali si comporta con il suo simile da furbo, cercando di diventare qualcuno, di raggiungere delle mete solo per se stesso, mai per il prossimo: dunque quale aiuto per la comunità.
Ma in realtà non è capace d'altro che fingere.
E questo lo dico a voi, a tutti gli uomini liberi e coscienti, chiedo di abbandonare ogni forma di idealismo: ecco la rivoluzione alla quale il Profetismo Moderno vi sta iniziando.
Dimenticate il futuro e i suoi ideali usati e consumati che non servano più a nessuno uomo moderno, dimenticate il dover essere: cercate soltanto di osservare ciò che è.
E questo lo potete fare subito, non c'è nessun bisogno di rimandare.
In ogni istante potete prendere atto di quello che siete.
Non condannate, perché se condannate non potete più osservare.
Non giudicate, perché se giudicate siete già influenzati da un giudizio.
Non abbiate frette di arrivare ad una conclusione: la vita non arriva mai a nessuna conclusione, è impossibile, perché la morte non esiste.
La vita non si ferma mai, è un eterno divenire.
Solo gli scocchi giungono a conclusioni effettive.
Le persone intelligenti continuano a muoversi, a crescere, a fluire.
Questo processo non ha fine, neanche il cielo lo può contenere.
La persona intelligente e cosciente continua sempre a imparare, ma non perpetuerà il passato ai danni del futuro.
La mente conscia vive in costante terrore dell'inconscio, poiché se emergesse, tutta la sua calma e chiarezza sarebbe spazzata in un attimo e tutto cadrebbe nelle tenebre... come in una foresta.
È così: avete disboscato un tratto di foresta, l'avete recintato e ne avete fatto un giardino.
La radura che avete creato nel bel mezzo della selva non è più grande di un fazzoletto, ma vi avete piantato dei fiori e tutto è lindo, ordinato, al suo posto.
Tutt'intorno però la foresta preme, selvaggia, incontrollabile.
Il vostro giardino vive in costante terrore.
In ogni istante la foresta può avanzare e ciò segnerebbe la fine.
Lo stesso accade a voi.
Anche voi avete coltivato una parte della vostra mente.
Tutto in esso è chiaro.
Ma l'inconscio è sempre lì attorno e la mente conscia lo teme.
Ripetete di continuo: "Non addentrarti nell'inconscio. Non esaminarlo. Non pensarci neppure."
Il sentiero dell'inconscio è oscuro e sconosciuto.
Alla vostra ragione appare irrazionale.
Alla logica illogico.
Se quindi pensate di entrare in meditazione, o vi concentrate, non ce la farete mai: la parte pensante di voi non ve lo consentirebbe.
Questo assume l'aspetto di dilemma.
Non siete in grado di compiere nulla senza pensare, ma meditare il pensiero non vi è possibile entrare in meditazione.
Che fare?
Anche se vi vien fatto di pensare. " Io non penso!", questo è ancora pensare.
E' la parte pensante della vostra mente che afferma: " Devo smettere di pensare!"
La Meditazione non può uscire da un proposito razionale.
Questo è il dilemma; il massimo dilemma, che ogni ricercatore si trova presto o tardi ad affrontare.
In qualche luogo, una qualche volta, il dilemma si presenterà.
Chi sa esorta: "Salta! Non pensare!"
Ma voi non potete fare nulla senza pensare.
Ecco perché sono stati elaborati espedienti non necessari (e li chiamo non necessari perché, se faceste il gran salto senza pensare, non ci sarebbe bisogno di stratagemma).
Ma ciò vi riesce impossibile ed è quindi indispensabile un trucco.
Sull'espediente potete riflettere quanto vi pare.
La vostra mente pensante ci si troverà a suo agio, come non era il caso quando si trattava della meditazione.
La meditazione sarà un balzo nell'ignoto.
Sull'espediente, il trucco, potete lavorare razionalmente ad esso vi sbalzerà automaticamente nell'ignoto.
Lo stratagemma è reso necessario dall'educazione che la vostra mente ha ricevuto; altrimenti sarebbe superfluo.
Una volta compiuto, il gran balzo, direte: "Non era necessario alcun trucco; non ce nera affatto bisogno."
Sarà il senno del poi.
Sappiate soltanto dopo che non c'era bisogno di alcun espediente.
I maestri zen son soliti ripetere: "Non è necessario alcun sforzo; è facile."
Ma per chi non ha ancora valicato la barriera è un affermazione assurda.
E si parla soprattutto con coloro che non hanno valicato la barriera.
Un metodo quindi, un espediente, è artificiale.
E' soltanto un trucco per mettere a suo agio la vostra mente conscia e razionale, sicché voi possiate essere sbalzati nell'ignoto esistere.
La via della consapevolezza e della coscienza è il coraggio, quello di vivere, di conoscere e di cambiare.
La vita richiede un grande coraggio.
I codardi esistono, ma non vivono (sono privi di consapevolezza o carenti di coscienza), e una vita vissuta nella paura (di vivere) è peggiore della morte.
Persone simili vivono in una sorta di paranoia, hanno paura di tutto; e non solo di cose reali, essi temono anche cose irreali: temono l'inferno, hanno paura dei fantasmi, delle malattie, di Dio.
Hanno paura di migliaia di cose immaginarie, create da loro stessi o da persone a loro volta in paranoia.
E la paura diventa tale e tanta da rendere impossibile la vita, e prendere delle decissioni coraggiose, dunque consapevoli e in coscienza.
Solo chi ha coraggio può vivere e iniziare la via alla consapevolezza.
E il primo passo è imparare ad essere coraggiosi, a vivere malgrado tutte le paure.
Come mai è necessario il coraggio per vivere in coscienza?
Perché la vita è insicura.
Se ti abitui troppo alle sicurezze, alle certezze, resti confinato in un angolo minimo, ti costruisci una prigione con le tue stesse mani.
Sarà sicura, ma non sarà vita e la vita è fatta continuamente di scelte.
Sarà sicura, ma non ti darà avventura, né estasi alcuna.
La vita è un'esplosione, un entrare nell'ignoto e raggiungere le stelle!
Sii coraggioso, e sacrifica tutto ai piedi della vita: nulla ha più valore.
Non sacrificare la vita per cose da poco: denaro, sicurezza, certezza.
Non hanno valore!
Si deve vivere il più totale possibile: solo così può nascere la gioia; solo così diventa possibile vivere una beatitudine straripante, compiendo scelte coraggiose ossia consapevoli.
Certo ci sono luoghi che ti puoi riposare, ma si tratta solo di soste per la notte, al mattino si riparte, poiché devi esplorare l'ignoto.
Dovete apprendere una delle lezioni fondamentali della vita: non esistono dimore alcune; la vita è un pellegrinaggio senza inizio e senza fine.
La vita è un movimento costante, non arriva mai a un fine; ecco la vita è eterna.
La morte ha un inizio e una fine. Ma tu non sei morte, sei vita!
La morte è concepita in modo errato.
La gente crea la morte, perché aspira a delle certezze, a delle sicurezze.
È il desiderio di certezza che dà vita alla morte, e che ti fa avere paura della vita, e che ti fa esitare a entrare nell'ignoto.
L'unico nutrimento della vita è il rischio: più rischi, più sei vivo.
E una volta che hai capito, non per disperazione o per impotenza, ma sulla base di una coscienza meditativa; una volta che lo hai compreso, rimarrai eccitato dalla paura e semplice bellezza delle possibilità che esso dispiega davanti a te.
L'uomo riesce ad accettare il suo essere senza dimora solo nella disperazione; ma in questo caso, non comprende il senso di questa realtà.
Ed è proprio qui che l'esistenzialismo manca il punto.
Questi filosofi ci sono andati molto vicino: la verità era proprio dietro l'angolo.
Erano vicini quanto lo sono stati gli illuminati, ma l'hanno mancata.
E, anziché diventare estatici, essi divennero tristi per il fatto che questa vita non ha significato alcuno, non ha una meta, è priva di sicurezza.
Ne rimasero profondamente sconvolti; la cosa fu estremamente sconvolgente.
Anche gli illuminati arrivarono alle stesse conclusioni, ma, invece di precipitare nella tristezza, balzarono nell'ignoto.
Superarono ogni barriera, ogni limite.
Accettarono la vita così com'è.
Abbiamo già parlato sulla mente e sulla sua costituzione in vari livelli, tra cui la mente istintiva.
Quest'ultima sappiamo che è preposta al controllo e alla direzione della nutrizione, dello sviluppo di tutte le altre funzioni degli organi del corpo.
Questo settore della mente è in attività perenne; anche quando le nostre facoltà razionali sono temporaneamente assopite nel sonno, essa, sia pure limitatamente, continua nello svolgimento dei suoi compiti.
Digestione, assimilazione, alimentazione, sostituzione e riparazione dei nostri tessuti; costituiscono le attività che la mente istintiva, senza l'intervento della mente cosciente, svolge senza sosta;
sempre senza che noi ne siamo consapevoli, si svolge l'azione del corpo su questo piano mentale.
Essa coordina l'opera delle varie cellule, dei gruppi cellulari, dei gangli e degli organi dell'intelligenza.
Suo luogo di azione non è soltanto il cervello, ma l'intero sistema nervoso, compresa la stessa spina dorsale e plesso solare.
E' importante rilevare, a proposito della mente istintiva, l'azione che può esercitare su di essa la mente cosciente.
Le suggestioni che quest'ultima invia sono di varia natura, e di volta in volta, a secondo dei casi, influenzano la mente istintiva positivamente o negativamente.
La coscienza genera correnti di pensiero che si presentano come suggestioni trasmesse alla mente istintiva e in base alla quali quest'ultima svolge il suo lavoro.
Abbiamo riscontrato molti casi di persone ammalatasi (disturbi mentali e non solo) per il solo fatto di aver recepito e trasmesso alla mente istintiva dannose suggestioni.
Devo però ricordare l'importanza della mente spirituale.
La mente istintiva e l'intelletto, sono in ordine crescente, direttamente al disotto della Mente Spirituale, ma mentre dei primi due l'uomo conosce l'esistenza e, in parte, il funzionamento, la mente spirituale è ancora oscura e poco sviluppata nella coscienza umana.
Solo pochi, quelli già avanti nel sentiero dell'evoluzione, che cioè precedono gli altri uomini verso lo spirito, hanno sufficiente cognizione della Mente Spirituale (o forse è meglio dire che hanno trasportato il centro della coscienza nella regione della Mente Spirituale.
Tutto ciò che l'umanità ha avuto di nobile ed elevato, le sue più alte espressioni, tutto il meglio, insomma, è direttamente legato all'azione della Mente Spirituale.
Cortesia, umanità, giustizia, amore, sono il risultato del suo lento ma costante sviluppo.
Così noi vediamo l'uomo migliorare, di giorno in giorno, parallelamente alla sua qualità.
L'ispirazione che hanno ricevuto poeti e scrittori, le profezie e le visioni che dischiudevano la mente dei veggenti sul futuro, tutto ciò è prodotto dalla Mente Spirituale, il più alto sé dell'uomo.
Attraverso lo sviluppo spirituale della propria coscienza si può venire a contatto di questo livello superiore, acquisendo in tal modo conoscenza e poteri di gran lunga più elevati di quelli che può fornire l'intelletto.
Ma se maggiore è il potere, maggiori saranno i rischi: guardatevi dal fare uso di queste moltiplicate qualità per fini non leciti; la prostituzione dei poteri spirituali porta terribili conseguenze.
Così è la legge!
La coscienza è la madre della consapevolezza.
La coscienza umana può seguire due strade.
Una è la via dell'acqua, che scorre verso il basso e l'altra è la via del fuoco che arde verso l'alto.
Certamente l'acqua e il fuoco sono solo simboli, ma molto significativi. Vediamo come.
Se lasci che la tua energia scorra verso il basso (non consapevolezza, bassi istinti ecc. ecc.) diventerai sempre più inconsapevole, facendo del male a te stesso e agli altri, mentre se lasci scorrere verso l'alto la tua consapevolezza crescerà sempre di più, per raggiungere questo, all'inizio, si devono fare scelte anche difficili.
Muoversi verso l'alto è sinonimo di coscienza; muoversi verso il basso (seguire l'istinto) è sinonimo di incoscienza.
Sappiamo bene che la mente umana si trova a suo agio nello stato di umidità.
Tutti i piaceri smodati sono energia che si muove verso il basso!
Ogni qualvolta sei alla ricerca del piacere e dei vizi smodati, devi dirigerti verso il basso, perché provare vizi e piaceri significa essere in uno stato che non conosce ansia, e non perché l'ansia sia svanita, ma perché non sei consapevole della sua presenza, e puoi commettere ogni tipo di crimine.
Non sempre tutto rimane tale e quale: le ansie e i tuoi errori (esperienze) ti aspettano ad ogni angolo e più tempo passa, più vanno aumentando.
I tuoi problemi restano gli stessi, anzi si complicano sempre di più.
Mentre tu sei in uno stato di incoscienza tutto continua a svilupparsi lo stesso, non aspetta certo che tu ritorni consapevole.
Nell'attesa, la tua infelicità e la tua angoscia aumentano. E non te ne accorgi perché non sei cosciente.
E ogni volta che la tua consapevolezza ritorna, ti ritroverai a dover fronteggiare tutti i problemi che hai voluto evitare.
Il piacere smodato è una fuga.
E il suo prezzo è troppo alto.
In effetti non si tratta neanche di piacere, ma è una specie suicidio.
Il sistema per risolvere il problema non è certo quello di voltargli le spalle e di scappare.
Devi per forza tornare indietro perché una volta che sei diventato cosciente, l'incoscienza non può più continuare ad essere padrona della situazione.
Puoi concederti un tuffo nell'incoscienza, ma per quanto tempo riesci a stare sott'acqua?
Pochi secondi... poi sarai costretto a riemergere in superficie.
Non si può stare a lungo incoscienti: l'alcool, le droghe, il sesso o qualsiasi cosa ti faccia entrare in uno stato di incoscienza, ti permette per un attimo di dimenticare di tutte le tue preoccupazioni, ti fa sprofondare in una specie di oblio.
Ma l'oblio non può essere permanente. Dunque pensaci, perché non ti serve a niente andare avanti così: i piaceri smodati e i vizi non ti sono di alcuno aiuto.
Quando torni ad essere lucido e ti si presentano tutte le tue ansie, le tue angosce, i tuoi problemi, le scelte sbagliate e impulsive che ora si sono ingigantiti, pensi che è meglio prendere consapevolezza del proprio Io - miglioralo evitando che la tua anima (coscienza) diventerà sempre più asciutta, man mano che elimini tutte le scappatoie.
L'acqua è bagnata e scorre verso il basso, mentre il calore è asciutto, tanto che perfino l'acqua quando si riscalda inizia a fluire verso l'alto, e questo calore lo da solo l'amore!
Mi sono reso conto che al giorno d'oggi non si ride né sorride più!
E mi sono chiesto: "Perché?"
Siamo troppo appesantiti dai fatti, dalle situazioni, dai problemi esistenziali.
Un uomo che non è appesantito da tutto ciò, il cui l'essere non è piegato dal sistema e credenze, non può che mettersi a ridere.
L'intero gioco dell'esistenza è qualcosa di meraviglioso, e la sola risposta possibile è la risata.
L'unica preghiera reale, la sola riconoscenza per il fatto di esistere, è la risata.
Perdendo la serietà non si perde niente; di fatto si acquista più salute e una maggiore integrità.
Se invece si perde la risata, si perde tutto.
In un baleno, si perde la gioia del proprio essere; si perde colore, ogni vitalità, si diventa monotoni; in un certo senso, si muore.
In questo caso, la vostra energia non è più un flusso vitale.
Per comprenderlo, in qualunque stato dell'esistenza vi troviate, dovete essere in una dimensione festosa, perché siete vivi e potete cambiare la vostra vita.
Siete troppo appesantiti da teorie, concetti, nozioni, ideologie, teologie, filosofie, e non siete in grado di vedere quale sia il valore di una risata, invece andate in crisi se non potete comprare questo o quello, se non siete all'ultimo grido nella moda, cose che non hanno alcun valore reale.
Hotei, il mistico giapponese è chiamato "il Buddha che ride"; egli visse una vita assolutamente diversa da quella di un uomo religioso tradizionale.
Tutta la sua vita non fu altro che una continua risata.
Si dice che a volte scoppiasse a ridere perfino nel sonno; aveva una grande pancia, che sobbalzava dalle risate.
Per lui, la vita intera, sia quando era sveglio, sia quando dormiva, era una commedia.
Voi avete trasformato la vita in una tragedia.
Avete ridotto la vita a una serie infinita di catastrofi.
Per cui perfino quando ridete, non state ridendo.
Perfino quando volete ridere, le vostre risate sono una forzatura, finzione, cose costruite.
Non sorgono dal cuore... non è qualcosa che fiorisce nel vostro centro; si tratta solo di facciate, di risolini superficiali... si ride per motivi che non hanno nulla a che vedere con il ridere.
Si ride per convenzione; persino la risata diventa un compromesso: si ride per convenienza, per interesse; questa è la politica!
Osservate un bambino; osservate la sua risata: è qualcosa di molto profondo, nasce dal centro più intimo del suo essere.
Quando viene alla luce, la prima attività sociale che apprende, - ma forse è giusto dire - che si presenta spontanea, dato che la porta con sé, è il sorriso.
È la sua prima attività sociale: sorridendo, il bambino entra a far parte della società.
Il resto verrà in seguito; ma il sorriso è il suo primo lampo esistenziale.
Vorrei solo che capiste questo: oggi si ride solo quando c'è una ragione per farlo, quando qualcosa ci costringe a ridere.
Non l'avete notato?
Se ridi e sei felice, ti chiedono sempre il motivo della tua felicità... è una domanda stupida.
Se sei triste, nessuno te ne chiede mai la ragione.
Viene dato per scontato: se sei triste, tutto va bene!
Tutti sono tristi: non è una novità... e se anche vuoi parlare della tua tristezza, nessuno vi presta più attenzione, è normale; che serve raccontare le proprie disavventure?
Sono simili a quelle altrui... basta un cenno!
Come cambiare?
Provate, quindi, a pensare a una persona la cui vita è un dono!
Che condivide a ogni istante, non esiste gioia migliore del condividere qualcosa.
Avete mai dato qualcosa a qualcuno?
Per puro semplice piacere - può non avere valore, può non avere alcuna utilità, ma il semplice gesto appaga incredibilmente - come appaga un sorriso, che non costa nulla, ma la gente è venuta così avara!!
Non siate attaccati alle cose del mondo, ma vivete nel mondo: non esiste alcun posto dove andare.
Questo è il solo mondo che esista: non esiste un altro mondo.
Canta, gioisci, divertiti con ciò che possiedi, ridi dei tuoi errori e delle debolezze, mentre viaggi verso il Divino.
Non occorre essere dei specialisti per accorgersi della domanda straordinaria diretta oggi alla psicologia, alla sua descrizione, alla sua applicazione in questo terzo millennio, così oscuro e problematico nell'evoluzione delle tecnologie moderne (internet, telefonini, ecc...)
Tra le aspirazioni espresse, più o meno, chiaramente dai nostri contemporanei: comprendere e farsi capire, sono rivendicazioni di base; comprendere, perché è il primo passo verso la libertà assoluta; farsi capire è la condizione necessaria per essere: riconosciuti, accettati, integrati.
Ci si può interrogare sull'origine di questi bisogni e di questa inquietudine contemporanea: perché mai i problemi che nel passato erano di competenza di un gruppo ristretto di pensatori, appartenenti a quella che oggi chiameremmo "classe intellettuale", sono diventati i problemi di tutti; dell'uomo qualunque nella banalità del suo quotidiano?
Una prima risposta è d'origine quantitativa: gli uomini sono più numerosi, quindi i problemi reciproci sono diventati più frequenti; sono raggruppati anche in città immense, che non hanno confronto con quelle del passato.
Dalla iperdensità demografica, i confronti e gli scontri risultano più frequenti.
Nel mondo vuoto di qualche millennio fa l'uomo era indiscutibilmente un lupo per l'uomo.
Nello spazio affollato del mondo contemporaneo, l'uomo per l'uomo rappresenta più spesso un problema!
D'altro canto, questi uomini così numerosi e raggruppati sono, almeno nelle società industrializzate, più istruiti e, soprattutto, più informati.
Bisogna riconoscere che la civiltà della carta, dei libri e dei giornali, aveva modificato il vecchio ordinamento del mondo, ma con una azione portante soprattutto sulle élite, cioè su quei individui che accettavano di fornire lo sforzo necessario per acquisire, mantenere e contenere un sapere sufficiente.
Oggi la galassia nata dall'ingegnosità dei computer è minacciata dalla collisione con questi nuovi universi, un mondo di supernove, di stelle brillanti che sono i mezzi di comunicazione di massa, i mezzi audiovisivi.
I segnali sonori o visivi che questi trasmettono vengono ricevuti senza difficoltà; e assimilati in modi diversi, la loro ripetizione assicura una influenza durevole.
La facilità della diffusione consente una incredibile propagazione in pubblici così vasti che, in determinati casi (risultati elettorali, grandi "novità" scientifiche, morte di una personalità, ecc...), si può dire che la totalità di un sistema umano, una nazione o un gruppo di nazioni, o di fanatici, è coinvolto nel processo informativo.
Questo uomo nuovo, si apre al mondo, ma ogni apertura comporta (come ben vediamo!), un rischio, quello di perdere le proprie difese e i propri trinceramenti abituali.
Ed è proprio quello che sta succedendo.
L'uomo del ventunesimo secolo esperimenta un cambiamento, uno sconvolgimento del proprio modo di vivere, delle proprie abitudini, delle proprie convinzioni e dei propri modelli, cioè gli schemi che regolano gli atteggiamenti verso i problemi fondamentali.
Ci sono, dunque, delle lacune singolari nell'esistenza contemporanea e, tutto d'un tratto, queste lacune e queste insufficienze diventano il focolare di crisi, individuali o collettive, di cui si stupiscono coloro che vedono le cose soltanto in superficie.